25/02/2014

I primi coriandoli sulla strada, le prime frappe e castagnole o bugie che dir si voglia, in pasticceria, la pioggia (forse) finalmente cessata e le maschere tornano di moda.
Per quel poco che è, perché da noi si è esterofili e si preferisce Halloween, quando la nostra tradizione ha basi culturali molto più solide.
Ci sono le maschere di Carnevale e quelle di Pirandello, noi preferiamo le prime, riconoscendo alle seconde il senso della conoscenza.
Pantalone “de’ Bisognosi” chi non si sente un po’ come lui? E poi Pulcinella che è meglio evitare di rappresentare, se non per il tratto malinconico.
Arlecchino, multicolore, vive un’eterna gioventù e quando viene rappresentato, vecchio, la maschera svanisce e si indistingue , come un epilogo annunciato triste mai infranto, ripercorso, ripetuto, infine salvato, assolto. Tornino a vivere le maschere della Commedia dell’Arte come antidoto consolatorio in questa tragica contemporaneità.
Poi c’è Pirandello con le sue maschere che portano l’illusorietà degli ideali, che “cangiano” (direbbe Lui) e confondono ma servono a vivere a sconfiggere la solitudine dell’Uomo sempre più compiaciuto nel paradosso del masochismo. Del resto, se l’instabilità dei rapporti sociali era così pronunciata all’inizio dell’altro secolo, figuriamoci ora. Ma quello che è rimasto latente sono gli inganni della coscienza cui la maschera ci costringe. Bisogna averla però una coscienza in questa disgregazione del mondo oggettivo trovando sempre l’ironia lucida consapevole e la pietà, infine per noi e per tutti.
Nessuna pietà però ci ispira il Monaco Causidico Priore del Monastero della valle dei laghi, dai contorni argentei. Quello della introvabile novella apocrifa checoviana, stereotipo, ripetitivo e triste.
Quello che invidiava il povero frate della grande boscaglia, sull’isolotto di speranza a guardia della Porziuncola, cui erano devoti i fedeli che lo raggiugevano per farsi ispirare una preghiera e per il messaggio dal cuore puro del “Domine exaudi orationem meam”.
Il monaco è presente in ogni mondo ancor più a Carnevale e va combattuto perché porta con sé l’ipocrisia e la facile, corifea, prepotenza, la vigliaccheria, i pregiudizi. Schiena dritta, bisogna lottare per l’artigianato. Ha ragione Michele che ancora non so se cerchi il nemico per la gloria o la gloria per il nemico, ma è convinto vivaddio di combattere sempre la giusta battaglia.
In questi tempi si combatte una lotta dura di posizione perché la crisi ha aperto problematicità impreviste e nessuno è al sicuro.
L’artigianato combatte una battaglia di sopravvivenza dura ed esiziale ed ha bisogno di aiuto, sconta la sua atavica solitudine dignitosa, ma adesso, di fronte all’estinzione, pretende la giusta considerazione. Non diamo retta alla propaganda, la lotta è di interessi non di ideali, ma noi in questi crediamo e per questi lottiamo.
Noi siamo stati e siamo la voce fedele dell’artigianato e faremo fino in fondo il nostro dovere. Anche a Carnevale, senza maschera.
Chi intende non fraintende.

P.S. Avevo una nonna paterna benestante e fino a qua vi autorizzo a dire chissenefrega, solo che mi è necessaria la metafora. Dunque, la signora Angelina organizzava ogni giovedì grasso, finché il nipote era bambino, una festa a base di ogni ben di Dio per piccoli amici che, in quell’epoca di rinascita, erano tanti. Era un atto generoso non tutti si potevano permettere dolciumi e regali e si provvedeva anche alle maschere, e soprattutto a una lotteria a premi finale che faceva contenti tutti, solo che il primo premio era il più bello ed era comunque assegnato al sottoscritto. Non so come facessero a far coincidere il numero con me, ma so che ne ero felice perché pensavo di essere fortunato (e perchè mi piaceva il regalo). Quando però seppi che la combinazione, era, diciamo così, teleguidata non dal caso, rinunciai alla lotteria. Era più importante la lealtà verso gli amici e così è ancora, anche a Carnevale.



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