01/06/2016

Venerdì 10 maggio 1889 Roma Umbertina, capitale del Regno, schiudeva la sua giornata in una cornice incantevole. Il tempo era bello, la temperatura di 22 gradi di massima, una di quelle giornate di primavera inoltrata, che si dice fossero belle e terse nell’ottocento quando le stagioni erano decise, senza compromessi.
Al Governo c’era il “vecchio leone” Francesco Crispi appena rinominato il 9 marzo, al Ministero di Grazia e Giustizia Zanardelli, che vuole fortemente la costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia sulla sponda destra del Tevere vicino a Castel Sant’Angelo. Si sta preparando la spedizione in Abissinia per una definitiva invasione coloniale, che sarà guidata il 2 giugno dal generale Baldissera con la conquista di Asmara ad agosto. La motivazione “portare la civiltà in Africa”. L’avventura non finirà bene.
Ruggiero Bonghi, denuncia, che l’Italia conta ancora il 47% degli analfabeti e che bisogna portare la scuola dell’obbligo da due a tre anni. C’è stato un forte rincaro del pane , causa il disavanzo della Stato che è di 192 milioni di lire (sic) e la conseguente proposta di tassazione per cinquanta milioni. Tutto questo ha causato scontri , sommosse e assalti ai forni e manifestazioni di protesta, ma il governo è forte e irremovibile.
La “Tribuna” il giornale di Roma, nella cronaca della giornata, tra le altre cose, ci dice che il Sig.Tito Alessandri , fotografo al Corso n.12 è stato chiamato a Palazzo Reale dove nella serra del giardino fece il ritratto al Re, alla Regina e al Principe di Napoli, ciascuno separatamente.
La Regina ha posato in toeletta da ricevimento, il Re e il Principe ereditario in divisa militare. Le fotografie riuscirono benissimo.
La Tribuna ci racconta tante altre cose, ma sui lavori di Palazzo di Giustizia e sui ritrovamenti archeologici , niente; eppure qualcosa di incredibilmente importante e magico era successo. Margherita era molto risentita con il “suo” Eugenio. Lei era una ragazza moderna, borghese, una sorta di Jessie White Mario, con un po’ di Maria Montessori ante litteram, dal carattere forte e avventuroso, lui un aristocratico fedele suddito della corona, della destra storica, con venature gianseniste. Anche allora gli opposti si attraevano tanto quanto stridevano, ma anche nell’ottocentottantanove ci si amava e ci si contrastava, come oggi, solo che le convinzioni erano più nette e più decise, quando lo potevano essere, un po’ come il tempo atmosferico.
Si sarebbero incontrati per una spiegazione passeggiando sul Lungotevere, abitando Lei a Lungotevere Mellini, per decidere se il progetto matrimoniale che avevano in animo, potesse o no andare in porto. I contrasti erano solo caratteriali, diciamo di vedute, il bene reciproco non era in discussione. Nell’800 il ruolo dell’Uomo era preponderante, ma qui la personalità di Lei faceva la differenza e cominciava quello strano “gioco” di “sopraffazione”, che oggi è abituale e tanto diversificante.
Si era sparsa la voce, di un ritrovamento straordinario vicino ponte Umberto nella “fabbrica” del Palazzo di Giustizia e quello di curiosare era un motivo di più per vedersi vicino ai prati di Castello, a mezza strada, visto che Lui abitava a Borgo.
Era successo qualcosa di suggestivamente importante e di magico a seguito degli sterri per la notevole entità delle fondazioni enormi e a platea sul terreno argilloso e fluviale dove si stava costruendo il nuovo Palazzo di Giustizia di Roma. L’Edificio che avrebbe dovuto rappresentare anche monumentalmente e simbolicamente, la Legge, che univa il Regno e l’alto valore e livello della tradizione, oltreché la cogenza della legislazione e la sacralità e l’ampiezza contemplativa della normativa. Tutto molto bello, solo che era sbagliato il posto, il luogo, la posizione. Forse e sottolineo forse in Zanardelli o in chi lo aveva consigliato la voglia esageratamente ambiziosa di confrontare la rappresentazione anche subliminalmente o topograficamente del Vaticano, aveva avuto prevalenza sulla prudenza. Ma ormai era fatta e i lavori dureranno a lungo, troppo a lungo e causeranno al fine (more solito) indagini parlamentari su sprechi, dilazioni e furberie.
Il grande Palazzo fu definito sarcasticamente dai romani “Palazzaccio”, ancora così lo si appella e da sempre e ancora dà la sensazione di scivolare via su un declivio della storia e della strada.
L’ingegner Calderini responsabile dei lavori, fu avvisato, che sul lato orientale erano stati rinvenuti, a seguito degli scavi, due sarcofagi di personaggi della stessa famiglia Crepereia Tryphaena e Crepereius Euhodus.
La professoressa Emilia Talamo ci dice che furono sepolti nel fondo di un pozzo scavato sul terreno vergine. Erano sostenuti fianco a fianco e ciò sarebbe confermato dalla presenza della lavorazione solo su due lati , uno lungo e uno breve, di entrambi i sarcofagi, che uniti tra loro davano l’impressione di un unica sepoltura bisoma.
Calderini chiamò immediatamente il grande Rodolfo Lanciani archeologo massimo, il grande ottimizzatore della strutturazione di Roma e il custode della sua storia millenaria.
Lanciani arrivò sul posto e si commosse nel comprendere, che questi sarcofagi non erano come altri, ma conservavano mirabilmente, in particolare uno, i resti e i corredi funebri e decise di prendere tempo solo qualche ora, non più di due giorni per il recupero e l’apertura, ma prese tutte le precauzioni necessarie.
Margherita ed Eugenio, come tanti altri, seppero altri particolari di questo ritrovamento e questo suscitò in loro un interesse, causato dal loro livello culturale, dalla loro sensibilità e dal mistero che porta con se un tale avvenimento
Non c’erano mass-media come adesso. Una cosa del genere avrebbe, ora, scatenato una gara tra i media con speciali e cronache in diretta. Allora il rapporto mediatico era diretto e il passa parola tra la gente più sensibile, rapido come il fuoco.
Del resto “La Tribuna” o “il Messaggero” non ne davano notizia. “La Tribuna” annunciava per il giorno tredici ampio stralcio iniziale del libro “Il Piacere” del giovane abruzzese Gabriele D’Annunzio. Si sarebbe pubblicato un gran libro con la caratterizzazione dell’Uomo gaudente e decadente,
Andrea Sperelli, che tanto affascinò le anime muliebri, del crepuscolo ovattato del diciannovesimo secolo, dell’unità della Patria.
Margherita ed Eugenio avevano rimosso, a questo punto, la loro diatriba sul progetto di vita, tanto il mistero li aveva avvinti, facendo sì che la risentite rivalità caratteriali dell’effimero quotidiano venissero procrastinate sull’altare dell’eternità e della opportunità di vita. Attendevano anche loro come tanti altri le decisioni di Lanciani e l’apertura dopo il recupero dei sarcofagi.
La notte passò presto, come passa presto il tempo quando gli avvenimenti incalzano e le storie si intrecciano e si avvicendano tra passato e presente per quella che il filoso definì contemplando il Tempo “l’immagine mobile dell’Eternità”.
Il giorno undici passò tra le dispute per le decisioni da prendere. Lanciani ci ha lasciato nel “Bullettino”, che riportiamo di seguito, la scelta “allo scopo di non impedire o ritardare i lavori di scavo cui attendono più centinaia di carri e un migliaio di operai , fu stabilito di togliere di posto i due monoliti nella domenica seguente (13 maggio n.d.r.) e di trasportarli nel luogo destinato a deposito degli oggetti di scavo dal Cav. Guglielmo Calderini autore e architetto del monumentale palazzo”.
Ormai l’avvenimento aveva preso il cuore e le menti di molti soprattutto di coloro che vivevano in Prati e si era creata una ricerca affannosa di un posto “in prima fila” al momento del recupero e soprattutto della scopertura.
Nonostante questo, la Tribuna del dodici maggio, ancora non riportava niente di niente, sull’argomento, almeno che non si voglia considerare inerente il convegno che il professor Nispi-Landi avrebbe organizzato il giorno 12 per spiegare minutamente le opere imperiali del Palatino all’angolo sud ovest , la casa di Germanico, e i Palazzi di Tiberio e di Caligola.
Il Convegno è alle 4 p.m., l’ingresso al Palatino da San Teodoro.
Sicuramente il professore era tra quelli che sconoscevano l’accadimento sennò avrebbe dedicato tempo a questo evento.
Il gran giorno era arrivato e Margherita ed Eugenio erano là come tanti altri curiosi, ma grazie all’insistenza della ragazza, che forse era riuscita a parlare addirittura con Calderini ottennero una postazione privilegiata che non tenesse conto del loro ruolo di estranei. Per dare una fedele ricostruzione di quegli intensi momenti che si dice fossero vissuti con interesse, finanche in Vaticano con un emissario del Pontefice in incognito a seguire i fatti, facciamoci raccontare ancora dal Lanciani: “Fu detto pac’anzi che i due monoliti dovevano essere trasferiti nel magazzino di deposito, per essere quivi esaminati a pieno agio e con le dovute precauzioni. Ma appena incominciata l’opera di sollevamento per adagiare la cassa sui curli, si riconobbe piena d’acqua sino all’orlo, penetratavi stilla a stilla attraverso le commessure del battente. Questa circostanza rendeva impossibile il trasporto divisato, sia pel soverchio aumento del peso, sia perché l’ondeggiare violento dell’acqua ad ogni scossa dei canapi avrebbe disordinato tanto lo scheletro quanto la suppellettile funebre. Fu quindi presa la deliberazione di troncare i sigilli (grappe di ferro impiombate) che legavano il coperchio alla cassa, di vuotarla e raccogliere diligentemente quanto vi fosse per avventura serbato. L’operazione fu eseguito alla presenza dell’assistente governativo, dell’assistente dell’impresa dei guardiani Anselmo Gasperini, Eugenio Bensi, Giuseppe Fabri e mia. Tolto il coperchio e lanciato lo sguardo sul cadavere attraverso il cristallo dell’acqua limpida e fresca, fummo stranamente sorpresi dall’aspetto del teschio, che ne appariva tuttora coperto da folta e lunga capigliatura ondeggiante nell’acqua. La fama di così mirabile ritrovamento attrasse in breve turbe di curiosi dal quartiere vicino, di maniera che l’esumazione di Crepereia Trifena fu compiuta con onori oltre ogni dire solenni, e ne rimarrà per lunghi anni la memoria nelle tradizioni popolari del quartiere dei Prati. Il fenomeno della capigliatura è facilmente spiegato. Con l’acqua di filtramento eran penetrati nel cavo del sarcofago bulbi di una certa tal pianta acquatica che produce filamenti di color d’ebano, lunghissimi: i quali bulbi avevano messo di preferenza le barbicine sul cranio. Il cranio era leggermente rivolto verso la spalla sinistra, e verso la gentile figurina di bambola, intagliata in legno di quercia, rappresentata nella tavola VIII. Tutti gli ornamenti della persona espressi nella stessa tavola e dei quali segue una descrizione dettata dal ch. collega comm. Castellani, furono da me raccolti press’a poco nel sito a ciascuno spettante, vale a dire gli orecchini da un lato e dall’altro del cranio , la “broche” fra le costole, gli anelli fra le falangi della mano sinistra e così via discorrendo. Io son d’avviso che i due avelli appartengono alla prima metà del terzo secolo dell’impero. Convengono a quest’epoca tanto la paleografia della leggenda quanto lo stile della scultura.”R.Lanciani


La gente era impazzita, sventolava fazzoletti, pregava, un sacerdote benediva, anche le rondini alla vista di Tryphaena avevano smesso il loro garrire che era colonna sonora di primavera leopardiana, per rispetto e partecipazione.
Calde lacrime caddero copiose dagli occhi di Margherita, i fatti l’avevano provata emotivamente ed Eugenio la stringeva forte; era caduta la necessità di qualsivoglia chiarimento. Chi era quella giovane perduta e ritrovata sua coetanea di duemila anni fa? Come era morta? Chi era l’uomo sepolto a fianco? Perché era stata inumata in quel luogo che si sapeva non demaniale ma composto di predii privati? La sepoltura era nascosta forse clandestina e per questo era stata celata nei secoli a qualsivoglia razziatura?
Ma allora c’era un mistero insoluto in quel luogo e in quel tempo? Cosa rappresentava quella bambola? Era forse quella ragazza una Giulietta ante litteram? C’era forse un messaggio per Lei? Come è strano che le menti più disposte e sensibili, non rassegnandosi all’ineluttabilità e alla banalità del tutto, riconoscano un messaggio indiretto ma soggettivo in tutto ciò che accade e che si vive personalmente, oltretutto di così suggestivo.
Ma è questo il margine e il propellente della Fede l’età verde che ti fa scegliere spontaneamente? Non è la morte il male estremo di questo mondo che rende il tutto così precario? Ma se questo ritrovamento di morte fosse un inno alla vita, alla speranza o comunque solo alla Pietas che della virtù è la migliore espressione insieme al coraggio?! Sentì il Lanciani discorrere, anche egli, emozionato di questi argomenti e per rispetto facciamo ancora parlare Lui per quanto riportato dal Bullettino: “Rimosse le sabbie, entro le quali i monoliti si trovavano adagiati, si riconobbero i seguenti particolari.
Il primo sarcofago, lungo m.198, largo m.0,56 alto m.0,41 ha la fronte baccellata in un verso solo; e coperchio fastigiato, con antefisse da un lato, e battente scorniciato dall’altro. In una delle testate del coperchio, in costa, si legge, a caratteri leggermente rubricati, il nome;

CREPEREIA TRYPHAENA


Nella corrispondente testata della cassa, sotto la scritta, è incisa di bassissimo rilievo una scena allusiva alla morte della fanciulla. La quale vi è rappresentata dormente sul letto funebre, con la testa appoggiata sulla spalla sinistra. Sulla sponda del letto, dalla parte de’ piedi, è seduta una matrona velata, con lo sguardo fiso sulla defunta. Presso il capezzale figura virile clamidata, atteggiata a profondo dolore.
Il secondo sarcofago, anch’esso di marmo, ma liscio da ogni parte, è lungo m. 1,98, largo m.0,51, alto senza il coperchio m.0,36. Porta scritto, o piuttosto graffito, sulla testata il nome
D M
L CREPEREI EVHOD


Il nome, scritto da principio in caso dativo, fu volto in caso genitivo mediante la sbarra verticale che da all’ultima lettera l’apparenza di una "fi" greca.
Ciò si deduce dall’osservazione che l’asticciuola verticale è rubricata, come tutte le altre lettere, mentre la O non porta traccia di minio.
Di questo secondo sarcofago ci liberiamo in due parole dicendo che conteneva il nudo scheletro senz’ alcun oggetto od ornamento della persona.”

Castellani invece ci descrive gli oggetti ritrovati e quando arriva alla Bambola così recita ”Bambola di legno (pupa) con le braccia e le gambe articolate non dissimile da qualche altra discoperta in passato , ma condotta con migliore imitazione delle orme muliebri e forse il più bel monumento in tal genere che siasi fino ad ora scoperto. L’acconciatura dei capelli ricorda il tempo degli Antonini e non è molto diversa da quella di Faustina seniore. Sembra lavorata in legno di quercia indurito e quasi pietrificato dalle acque che da secoli si erano infiltrate nel sarcofago. E’ alta cent.30 – Questo singolarissimo oggetto sarà stato una cara memoria della puerizia della defunta, dalla quale la pietà dei congiunti non avrà voluto scompagnare i suoi avanzi mortali. Dopo la quale operazione saranno essi collocati nel museo Capitolino: ed in quello di Trifena saranno riposti tutti gli oggetti del suo mondo muliebre nel modo istesso come da principio vi erano stati collocati
”A. Castellani (quest’ultimo aspetto non fu rispettato purtroppo , e in più il coperchio è andato colpevolmente disperso n.d.r.)
La cosa che aveva colpito Margherita, in maniera particolare, era la posizione mantenuta così incredibilmente ferma in tutti questi secoli della testa di Tryphaena rivolta verso la bambola che a sua volta guardava la sua padroncina, come a scandire ogni secondo dell’eternità, facendosi coraggio, rappresentando un interfaccia di consolazione e di rassicurazione, tra la vita e la morte a simbolo di una amicizia, che non sarebbe morta neanche con la morte. C’era qualcosa di soprannaturale e di mistico in tutto questo. Qualcosa di misterioso era accaduto nel sacello come se Tryphaena anche senza vita avesse girato il capo essendo improbabile potesse essere stata pur pietosamente composta così.
E poi quell’anellino con la scritta Filetus, che sta a Romeo, come a un amore impossibile, non rassegnato per questo disperato per questo amato, adorato, invocato. Chi eri Filetus, niente hai potuto fare per la tua Tryphaena?!
E quella coroncina di Mirto, la pianta cara a Venere, con cui ci si adornava alle nozze? Possibile che la ragazza morisse proprio alla vigilia delle sue nozze? Forse, anzi, sicuramente anche la bambola era vestita da sposa e le rassomigliava, una copia esatta del volto di Tryphaena, per l’eternità. Non aveva fatto in tempo a donare la bambola a Venere come facevano tutte le fanciulle romane all’indomani delle nozze (Pascoli scrisse una splendida ode che riportiamo integralmente con traduzione dal latino, che volle dedicare alle nozze Martini- Benzoni, commettendo però una certa gaffe visto il destino delle nozze di Tryphaena).
Ma soprattutto la suggestione si incentrò sulla bambola. Troppo bella, troppo perfetta come vivesse una sua vita ma incorruttibile, immarcescibile. Come se lei avesse comunque vinto, avesse battuto la morte. Avesse raggiunto il suo compito di compagna, di testimonianza e di fedeltà, solo che non poteva parlare, poteva solo dare rappresentazione di se.
Ma chi l’aveva fatta? Sapeva Margherita che i “bambolai” dell’antica Roma si chiamavano giguli (il termine su cui abbiamo molto discusso e consultato è probabilmente crasi corrotta di gaudium e iocum) ed erano eponimi di una genia di magici artigiani, che ancora nell’Urbe avevano lustro e impegno sulla vicina spina di Borgo, con tante botteghe che rendevano felici le Tryphaene di fine “ottocento”. Bambole meravigliose, bambole bellissime, magiche, ma nessuna come lei, la Pupa di Tryphaena. I giguli erano a Roma un grande collegio artigiano rispettato e stimato anche per il valore anche mistico, religioso, quasi esoterico delle bambole. Ma questa bambola non aveva eguali. Chi eri gigulo?! Come avevi fatto a fare un capolavoro così? Perché l’avevi fatto? Avevi messo qualcosa in più nel tuo impegno? Forse eri amico di Filetus? Forse la tua mano era ispirata da Venere in persona? La tua Pupa è comunque la rappresentazione di quanto ci sia di magico nell’artigianato quando si coniuga alla passione. Come l’espediente quando si coniuga alla povertà, genera amore.
Margherita giurò davanti a Tryphaena di dare d’ora in poi un senso sacrale alla vita apprezzandone il dono ineguagliabile e l’opportunità che non è un diritto, non una sicurezza.
Davanti a quell’amore interrotto capì il valore dell’occasione che non è dovuta né casuale.
Capì che un progetto di nozze è una cosa troppo importante, un passaggio della vita fondamentale da non lasciare all’umore dell’adolescenza che ci vuole fortuna, ma anche sensibilità, bisogna comprendere. Questo avvenimento aveva in Margherita , favorito una presa di coscienza di quelle che fanno la fortuna di una vita perché orientano il comportamento in modo giusto e che se non ci sono la rendono amara ma che sono a disposizione solo delle menti ben disposte.
La ragazza ancora forse un po’ troppo sicura di se, aveva capito vedendo la sorte di Tryphaena che la vita e la buona sorte non sono un diritto ma un’opportunità che lo stesso amore se va vissuto deve essere riconosciuto e non si deve ingannare se stessi, solo se si ama veramente e soprattutto se si capisce di essere amati val la pena di viverlo.
Forse Tryphaena a conferma di ciò Le avrebbe risposto con Giove come recita nel primo libro dell’Odissea: “Incolperà L’Uomo sempre gli Dei? Quando a sé stesso i mali fabbrica, dei suoi mali a noi da carico e la stoltura sua chiama destino”.
Si fece accompagnare ai “Mellini” da Eugenio che sapeva con convinzione amarla profondamente e sinceramente e con Lui giurò eterno amore. Salutandolo gli disse: amore non so se sei tu il mio amore. Ma se sei tu, non mi abbandonare, rassicurami con il tuo sguardo con il tuo abbraccio. Se sei tu amore, conserva il mio amore e vivilo il più a lungo possibile, rendendolo eterno, rendendolo sempre vivo, come parte del tutto e dell’eterno. Perché l’amore della vita, quando è concesso, quando è vero, è un bene inestinguibile neanche dalla morte sconfitto. Corse via come in preda ad una emozione con la sua gonna a strascico, sul completo di amazzone, attenta a non inciampare. Attenta a non morire.
Dormì di un sonno tormentato quella notte Margherita e sognò come in una reminiscenza, come in uno sconnesso ma esaustivo flash back, come in un disperato compulsivo déjà vu, l’entità di un passato troppo grande, troppo dimenticato. Roma era in preda ad una terribile epidemia: era il 10 maggio del 171. Marco Aurelio era partito ma prima aveva deciso di vendere tutto i suoi preziosi per acquistare frumento e distribuire il pane. Nelle campagne si mangiavano i tuberi, olive, cereali, a Roma non c’era niente. Le grandi piazze, i monumenti immortali, le basiliche di glaciale spettrale marmo vuote e spazzate via dal vento, con il popolo romano che moriva per inedia o per aver mangiato chissà cosa. Quell’Uomo piccolo, modesto insieme filosofo ed eroico aveva abbandonato la capitale dell’Impero per vincere la sua grande battaglia contro i Quadi, i Marcomanni, i Germani, i Longobardi. Margherita lo vedeva, oniricamente, arringare i soldati “L’Uomo è cittadino della città suprema, nella quale le altre città rappresentano solo le case.
Di quale altra costituzione universale può far parte l’intera umanità. Quel che facciamo in vita è eco dell’eternità.
Vide Margherita, il Palatino ricoperto di un sudario, il Colosseo desolatamente vuoto seppur maestoso con i suoi ori e smalti, il Tevere che scorreva vorticoso e le nuvole rincorrersi impazzite, una giovinetta bellissima con una acconciatura, ma con gli occhi vitrei e un vestito nuziale tenere in mano una bambola identica a Lei che le parlava e si muoveva.Vide Filetus piangere con una tunica purpurea ornata e macchiata di sangue.
Sognò un uomo gigantesco portare in braccio Tryphaena e portarla via con la sua bambola.
Vide Marco Aurelio perdere dalle mani polvere senza che questa si esaurisse mai. Vide infine se stessa con il volto, della bambola e della bambola il suo e capì che le era stata offerta un’altra opportunità. Si svegliò dall’incubo ancora più convinta del dono che le era stato fatto non da Venere crudele per quanto bella, ma da Dio, il bene della vita e dell’amore che le fu concesso a lungo adorabile teenager antesignana delle magnifiche donne dei nostri giorni.

Roma oggi

Al Palazzaccio ci sono gli uffici della Cassazione, la statua equestre di Marco Aurelio che unica di un Imperatore si è salvata dai saccheggi, perché ritenuta, nel Medio Evo, di Costantino l’Imperatore sacro ai cristiani, riposa dentro ai Musei Capitolini dopo essere stata esposta in Campidoglio fino agli anni 70 e chi vi scrive ben la ricorda sfolgorante. Originariamente era ricoperta tutta d’oro e anche adesso alcune lamine sono ancora visibili. Narra la leggenda, che quando l’oro sarà tutto scrostato finirà Roma e con Roma il mondo. Per la serie vecchie ruggini Longobardi evoluti ma non eccessivamente, italianizzati, dopo aver sottomesso politicamente galli citeriori e “venedi”continuano ad inveire contro Roma depredatrice. Chissà cosa farebbe l’Imperatore?! L’impegno solenne del grande antiquario Castellani di tenere sempre insieme Tryphaena e la sua Pupa non è stato rispettato dai posteri. Dopo alcune mostre-esposizioni a Torino e l’ultima a Roma nell’ 83 i resti di Tryphaena giacciono in una teca nei sotterranei dell’Antiquarium Comunale, proprio vicino alla sede di CASARTIGIANI, mentre la Pupa, la sua bambola è conservata nel caveau dei Musei Capitolini. Tryphaena e la sua bambola invocano il ricongiungimento. Non si dovrà aver pace e noi qualcosa faremo finché non saranno ricongiunte. C’è stato assicurato che ciò avverrà quest’anno con l’apertura del nuovo polo espositivo dei Musei Capitolini all’ex centrale termoelettrica Montemartini, sempre qui all’Ostiense. Cosa può essere successo a Tryphaena in quei giorni a cavallo tra 170 e il 180 d.c. è avvolto nel cupo mistero o comunque dalle suggestive congetture che ognuno che avrà avuto la bontà di seguire questo racconto potrà fare.
Sappiamo sicuramente che l’epoca della sepoltura è quella corrispondente all’Impero di Marco Aurelio. Che la giovinetta aveva un’età tra i 17 e i 19 anni, che le era affiancato nel sonno eterno Crepereius Euhodus che però non si sa, anche se si presume, fosse il padre, ma
comunque consanguineo e se fosse morto contemporaneamente. Che la famiglia dei Creperei era di origine servile ma evolutasi e arricchitasi e di provenienza orientale. Che il luogo della sepoltura si presta ad alcuni misteriosi interrogativi, vista la profondità del pozzo scavato nella terra vergine e la straordinaria conservazione favorita dalla celazione forse voluta, ricordato come il luogo corrispondesse ad un giardino privato, non necessariamente adibito a sepoltura. La causa della morte della ragazza ignota anche se citano le fonti circa la terribile epidemia del contesto epocale. Il fatto che fosse vestita da sposa con il mirto acconciato e con l’anellino Filetus ci stimola la riflessione e non ci può far trascurare tutte le ipotesi. Perché una morte per epidemia non si presta a tale acconcio.
Quello che si sa e che si potrà vedere e che colpisce è il corredo di Tryphaena e della sua alter ego pupa: orecchini, anelli, spille e coroncine di mirto, fermate da un fregio di argento e questo significherebbe che da servili i Creperei fossero divenuti addirittura aristocratici, magari per volere imperiale. Quello che ancor più stupisce e commuove sono gli anellini della bambola, due piccoli pettini di lusso e frammenti di “necessaire” di grande pregio e di grande dignità per una vera bellissima adorata Pupa. Ma la vera grande protagonista di tutto ciò che si sa ancor più di Tryphaena, è questa straordinaria, animata, bambola antica in avorio, che all’origine era acconciata come una sposa, con la sua pettinatura a sei trecce sei raccolte insieme con il volto rassomigliante alla sua padrona. Una vera star, che brilla ancora tra noi. Hai assolto magnificamente Pupa il tuo compito di rassicurante compagna, di incorrotta persistente sembianza, non umanamente concessa alla tua protetta. Torna prepotente la domanda: chi eri magnifico gigulo, capace di tanta meraviglia? Allora è vero è proprio vero , rallegriamoci tutti e soprattutto noi che amiamo gli artigiani di tutti i tempi, come diceva il Santo che le mani artigiane sono il riflesso di Dio creatore. Venere è morta, con l’Impero, ma Dio esiste! Il grande Pier Luigi Severi ci dice: “la bambola e il corredo di Crepereia Tryphaena hanno aperto uno sguardo di rara suggestione e di commovente partecipazione nella sensibilità di tutti trovando sintonie inestinguibili nella più profonda coscienza individuale e collettiva.”
Riposa in pace Tryphaena simbolo di gioventù eterna, speranza spezzata ma incorrotta e avvicendata dal sogno di umana imperscrutabile vita e di indistrutto amore. Cerchi la tua bambola che hai guardato per 1700 anni e la ritroverai perché è impossibile dividervi. Mani laiche e scettiche per quanto rispettose Vi hanno divise ma non disunite, come è impossibile disunire la vita, dall’amore e dalla speranza.

Giacomo Basso


Dedicato ad Anna Rocchi, nostra collega e amica.
Margherita ed Eugenio forse non sono esistiti ma Tryphaena e Anna sì.

CREPEREIA E' ESPOSTA ECCEZIONALMENTE IN QUESTI GIORNI AL MUSEO MONTEMARTINI DI ROMA

-Brano Musicale Romeo e Giulietta di Nino Rota
-Foto tratte da “Roma Capitale 1870-1911 CREPEREIA TRYPHAENA Le scoperte archeologiche nell’aerea del Palazzo di Giustizia” (Marsilio Editori)
-"La Tribuna” per gentile concessione della Biblioteca Nazionale
-Poesia Crepereia Tryphaena di Giovanni Pascoli



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