07/03/2014

Di solito (per i romani) il luogo deputato per l’acquisto era (ed è) in viale Manzoni, sede della Fiat, con i tanti venditori, lusingatori, distribuiti nell’immenso loft, che promettevano sconti e distinzione per materializzare la “Cinquecento”, magica metonimia.
A diciotto anni, appena compiuti e neo patentati, le aspirazioni erano direttamente relazionate alla generosità e alle possibilità familiari.
Di solito, in quegli anni settanta di “piombo” e di gioventù, le mire di acquisto più alte e i sogni, si concentravano sulla Mini Morris, sul Maggiolino, o addirittura sul GT Alfa Romeo o la Giulietta.
Roba da figli di papà o da chi lavorava “da subito”, ma in fondo la “cinquecento” era un must, una scatola magica in cui crescere d’età e di umiltà. Un giocattolo, in fondo, solo un po’ più grande che prometteva un passaggio soft dall’adolescenza. Poteva capitarti, appena comprata, all’uscita dal box di viale Manzoni, che si fermasse e che la dovessi spingere al ritorno. “Buona la prima giovanotto” disse il meccanico dopo aver sostituito il cavetto (sic). D’obbligo, il blu con i sedili rossi, naturalmente, vista l’altezza del compratore, quello del volante allungato sulle guide a dismisura, fino a toccare i sedili posteriori. Il motore, poi: Abarth che ruggiva come una Ferrari, senza esserlo neanche con l’orecchio del sogno.
Le gomme, Pirelli, che quando si usuravano le compravi “ricoperte” o “rigenerate” e allo “sfascio” o trovate dall’amico meccanico. Perché in quegli anni di tensioni, di amore e di spaghetti western c’era sempre un meccanico, amico (di tutti), dove si passava del tempo. Anche perché le “500” si rompevano spesso, e tra una riparazione e l’altra si parlava di tutto soprattutto di sport e di politica e non solo.
Ce n’era uno dalle parti mie, che era il “mago” delle “500”. Le rendeva scattanti e vigorose, ma si raccomandava sempre “attenti alle curve perché finite su due ruote e vi cappottate”.
Così accadde, un giorno d’estate, per inseguire un’Alfa che all’improvviso “inchiodò”, ma Santa Pupa protegge i piloti, nipoti di piloti che già hanno espiato a suo tempo con la giovane vita. Ad Enrico, il migliore di noi, unico frutto intenso di amicizia, di intelligenza e di amore di madre resa menomata, non andò bene nella stessa maniera. La strada come la guerra vuole i suoi eroi martiri, soprattutto in quegli anni di velocità di poca sicurezza stradale e di nessun social network.
Lucio cantava “Mi ritorni in mente”, i Beatles “Something” e queste colonne sonore ti seguivano ovunque, nelle improbabili autoradio, nei residui jukebox, nei mangiadischi sulle spiagge, nelle finestre aperte anche d’inverno. Perché si sentiva meno freddo in quegli anni di austerity e di pantaloni scampanati e minigonne e stivali. Le ragazze più belle sono state quelle degli anni “settanta”(Are you venus are you fire), ma forse è uno stereotipo femminino di inevitabile ricordo di gioventù. Probabilmente le minigonne avevano aperto nuove suggestive prospettive alimentate da sessantottini impegni ed ideali.
Ti dava sempre pensieri la “500”, come minimo si alzava il “minimo”, così si diceva.
C’era, infatti, una rotellina detta appunto “minimo” che se la giravi troppo singultava tachicardica, viceversa all’improvviso si spegneva e poi i freni che non frenavano a meno che non si “pompasse”, ovvero si spingessero più volte in rapida sequenza.
Immaginatevi cosa poteva succedere quando era necessaria una frenata brusca!! Non solo, ma se dovevi scendere dalla terza marcia alla seconda, dovevi fare la cosiddetta “doppia” o “ debraiata” in italiano ovvero, lasciare prima a folle, dare gas all’acceleratore e poi inserire la marcia.
Il nostro meccanico, grande maestro artigiano del “bolide”, ogni volta interveniva ed erano migliaia di lire e bisognava ricorrere alla “questua” tra i parenti, (nonne e zie soprattutto), per pagarlo. Non parliamo poi del carrozziere. C’era un certo Marcolino, che se voleva vedere sotto la 500, non aveva bisogno del pianale e dell’elevatore, la alzava semplicemente con due mani. Era di Tivoli, ma sembrava di Maranello e sotto le sue mani sapienti, tornava pronta a contenere vita e slanci e passioni. Mi fanno ridere, progetti di legge (scongiurata) come quello sui carrozzieri che prevedono l’obbligo di rivolgersi a ditte scelte dalle assicurazioni. Per noi italiani, visto l’amore per le auto, il carrozziere è come il dentista e lo scegliamo selezionandolo accuratamente. Sarebbe il colmo, che per riparare i danni di un cazzotto preso ti obbligassero ad andare da un dentista che non conosci. Il paragone calza soprattutto se sei assicurato.
La cinquecento, infine, andava scelta soprattutto perché era una Fiat e dovevamo concorrere all’onore nazionale, alla leggenda del nostro automobilismo, anche se le tue simpatie non andavano proprio, calcisticamente verso la squadra dell’Avv. Agnelli. Fatta salva la fede di ognuno, in quegli anni di gol annullati e calci di rigore negati, la tua squadra però non era ancora all’altezza. Questa è una storia degli anni ottanta e dura ancora adesso. E non faceva niente se quando d’inverno si gelava fuori, là dentro sembrava di essere in un freezer, ma se accendevi il riscaldamento con una levetta che spesso si rompeva, ti arrivavano i miasmi del motore tanto che era meglio il freddo. Tanto quando “Cade la tristezza in fondo al cuore, come la neve, non fa rumore” il freddo non lo sentivi c’erano i maglioni a collo alto e i loden e il caldo della gioventù.
A luglio però a Roma “si schiatta”, anche se cerchi di raggiungere il vicino mare “incolonnati” per ore, ma aria condizionata neanche a parlarne. C’era il tettuccio però che ti apriva sulla vista, ovattati silenzi ma poca quiete mentre il limitar di gioventù saliva.
Con quello (il tettuccio) aperto abbiamo raggiunto migliaia di sedi, con le nuvole avvicendarsi nelle diversificate condizioni, di delegazioni e di artigiani per portare un certificato una impegnativa o un consiglio. Senza stipendio, tanto la cinquecento consumava poco e le ruote le sostituivamo “ricoperte”. E poi vuoi mettere il sorriso degli artigiani o il loro ringraziamento. Ricordo una signora, una camiciaia, Comisso, mi pare si chiamasse, mi regalò un Sant’Antonio rotondo, col magnete, che misi a mostra sul cruscotto a proteggere. Del resto Sant’Antonio regge il Bambino in braccio e noi eravamo dei bambini cresciuti troppo in fretta a differenza di ora che crescono lentamente. Se preghi Sant’Antonio ti fa ritrovare quello che hai perso. Non può far ritrovare la gioventù ma i suoi ideali sì. Quello che qualche volta cerchi e non trovi eppure sai riposto in te e non cancellato.
Ancora adesso ne vedi qualcuna di cinquecento e se è targata H ti si stringe il cuore, soprattutto se è blu e ha i sedili rossi e ti domandi come riuscivi a starci dentro. La verità, è che ci stavi per forza, perché credevi già in qualcosa e avevi senso di umiltà e adattamento - il rimpianto, ma mai il rimorso - come per ogni giusto, doveva ancora arrivare. Non è cambiato niente ha sempre venti anni, perché non rimpiangi ricchezze e grandi abitazioni, la vera casa è quella dove abita il cuore e il cuore abita a CASARTIGIANI che è una grande Casa. Ti accorgi che la Cinquecento non era una macchina era un simbolo e una speranza. Non servivano neanche i tergicristalli (che spesso si rompevano) ci vedevamo benissimo in quegli anni di racchette di legno appese al chiodo, di studio e di cambiamento. Quando la vedi, vorresti salire e ritrovare allora la stessa sensazione, i volti, i luoghi e le amicizie, lo straniamento di vita che il tempo non distingue e raccoglie nel concetto di eternità. Alzi la mano chi non ha amato in una 500 o la Cinquecento!?



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