16/11/2017

Martino aveva in quei tempi un’età indistinta che, ad essere ottimisti, poteva essere sui cinquanta, ad essere pessimisti, oltre i settanta. Martino sosteneva di essere un artigiano – commerciante con il suo banchetto itinerante, aggiustava e riparava di tutto e su richiesta vendeva di tutto, bastava prenotarsi. Erano i tempi in cui la burocrazia e il fisco “mordevano” meno e c’era più tolleranza per la bizzarria, prima che fossimo noi alla mercè della bizzarria.
Martino era di un posto indefinito, avresti sostenuto con certezza che fosse del Mezzogiorno, ma altri giorni alcune sue inflessioni ti facevano dubitare. Lui diceva di essere nato a Parigi e altro non voleva dire. Certo gli adulti sapevano la verità ma a noi non interessava. Martino aveva un cane di nome Gino, in onore a Gino Paoli che Lui amava tanto e che all’epoca furoreggiava.
Conoscete quei dischi ripetitivi che ancora si sentono in città dove improbabili arrotini chiamano le donne a raccolta per offrirsi di rinnovare la limatura delle suppellettili? Beh Martino non ne aveva bisogno , aveva inventato Lui il leit motiv, solo che offriva ben altre capacità: c’era da fare l’idraulico? Ecco Martino. L’elettricista? Pronto Martino. Stringere, allargare un pantalone? Sempre Martino. Finanche fare una puntura, riparare le scarpe, riparare una serranda, aggiustare il televisore. E il bello era che sapeva fare tutto e non chiedeva tanto. Sul ramo del commercio se gli chiedevi qualcosa, un transistor, un pallone, una sciarpa, un cane, tutto trovava. Forse non era di Parigi, ma aveva l’arte di arrangiarsi dei napoletani, certo, degli artigiani.
Il suo momento di gloria nel ramo vendite arrivava a primavera con le prime allergie e con le prime astenie, anche da innamoramento. Ecco, la pappa reale di Martino. Era un passa parola impetuoso. Hai provato la pappa reale di Martino? Hai visto come fa bene? Dove la prendesse non si sa. Si era un po’ più ingenui sulle scadenze e le modalità di mantenimento del prodotto, solo che ci si convinceva che facesse bene e avanti così. Martino era buono, ma non fesso, se qualcuno approfittava della sua eccentricità e lo derideva, aveva degli scatti, mai velenosi, ma impetuosi di radicale riaffermazione di dignità. Un comportamento alla Dostojesky come se rivendicasse una volontà collettiva di liberazione dallo stato di umiliazione. Un rispetto verso la povera gente.
Dove dormisse esattamente non lo si sapeva, anche se i grandi dicevano che aveva un magazzino in periferia. Chi non ha un magazzino, il suo cafarnao da qualche parte? Un giorno Gino sparì e Martino non fu più lo stesso. Quando passava nel quartiere più o meno ogni quindici giorni, non faceva più pedagogia, come era uso fare, non raccontava più aneddoti e non urlava più le sue invocanti cantilene. Se poi pioveva soprattutto di estate si lasciava bagnare e la gente non lo chiamava più , la bizzarria è perdonata se attutita dalla competenza, sennò è fastidio. Poi non so più. Sapete come è, e perdonate, quando si passa dall’infanzia all’adolescenza, vi è un corto circuito, un black out della memoria, da furbi, si diventa ingenui, da frenetici, lenti. All’inizio non ci si accetta e non si accetta neanche il mondo che ci circonda. Poi si riparte. Non so niente di Martino, si che anche adesso a volte, stupidamente se c’è un piccolo problema domestico o una cosa che non si trova al supermarket, penso: se ci fosse Martino! Porca miseria ma perché non ci sono più i Martino?

G.B.



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