03/10/2016

50 anni da quando è scesa la notte a Dallas e sul mondo, Tempus fugit ma sembra ieri, e a niente valgono tutti i luoghi comuni sull’esistenza, perché il Personaggio e la sua leggenda sono vissuti sempre con noi, in tutto questo tempo. Nelle cose che abbiamo fatto e nelle cose in cui abbiamo creduto.
Se chiedi, alle nuove generazioni, chi era Kennedy, pur sapendo di rivolgerti a soggetti che anche se diplomati o laureati aldilà delle specificità, come cultura generale non sanno niente (tanto c’è internet o Wikipedia) ti rispondono che Lui è il Presidente.
JFK, in famiglia, detto Jack, aveva tutto per suggestionare e affascinare la gente, in quei primi anni sessanta, quando rinasceva la speranza e il sole sembrava scaldare di più. Un carisma innato quello del Presidente, formato dalla giovane età, dal portamento, dal tratto, dal suo eroismo in guerra, dal suo straordinario eloquio che andava aldilà degli scritti dei “ghostwriter.”
E poi cos’è un carisma? O ce l’hai o non ce l’hai, è un crisma, un tocco divino, un che di metafisico, di alchemico. Altra componente distintiva della persona, la sua appartenenza religiosa. Per la prima volta, nella puritana America, un Presidente cattolico. Questo lo rendeva a noi italiani ancora più vicino. Perché, da noi, in quegli anni sessanta, tutti erano più o meno cattolici, anche i Pepponi ( dal personaggio di Guareschi magistralmente interpretato al cinema da Gino Cervi)) che erano comunisti ma facevano battezzare i figli e non solo perché lo voleva la moglie. E poi, Papa Giovanni, aveva allargato le braccia a tutti distinguendo tra l’errore e l’errante e riconciliato anche i riottosi. Jack aveva, anche, una splendida moglie, Jacqueline Lee Bouvier. Classe, stile, fisique, charme e un certo carattere, come si vedrà nella tragedia. Un po’ personaggio di Euripide, la first lady, che non a caso sposerà in seconde nozze (dopo appropriati patti matrimoniali) Aristotele Onassis, un vero archetipo greco, da cui infine scappò.
Caroline e John John, i piccoli a completare la famiglia. Povero John junior, bello più del padre, come la madre, scomparso in un incidente aereo alla guida di un Piper, in quel maledetto ’99. Nessuno lo potrà mai dimenticare, alle esequie del padre, a soli tre anni, salutare militarmente con la manina alla tempia come un marine, il passaggio del feretro. Perché un militare non piange, rende omaggio.
Kennedy aveva battuto nella competizione presidenziale, mica uno qualsiasi, ma nientepopodimeno che Richard Nixon repubblicano, “cavallo di razza”, quello che poi avvierà il disgelo con la Cina, chiuderà la guerra del Vietnam con quell’eccezionale mediatore di Kissinger, ma cadrà sullo scandalo Watergate, forse non voluto da lui. Si disse che Frank Sinatra e amici, diciamo così, scomodi avessero aiutato il clan dei Kennedy, e tanto altro, come sempre succede, per dare una spiegazione alla vittoria, di un outsider, ma la verità, è, che vinse perché a volte al destino, anche gli dei si inchinano, soprattutto se tragico, quello stesso destino che lo porterà al sacrificio, perché potesse vivere la leggenda. L’insegnamento del resto procede a strappi e vuole i suoi martiri di esempio.
Aveva un padre scomodo, per quanto prezioso Jack. Scomodo perché alcuni passi falsi, compresa all’epoca nazista una certa Germanofilia, ne avevano compromesso la reputazione di già importante ambasciatore, nonché politico, magnate, imprenditore etc. Prezioso perché a lui si deve il mito dei Kennedy, che seguì con Bob, Ted e gli altri. Già Bob, il fratello, ministro della giustizia. Il vero Kennedy, si diceva, con meno carisma ma più cervello. Anche Lui, fu ucciso, “in diretta”, mentre tentava la scalata alla presidenza, perché la tragedia in questo caso Sofoclea o Eschilea non vuole eroi, perché gli Dei non vogliono che nessuno si elevi dalla consuetudine umana, perlomeno non troppo. Non sapremo mai se Bob valesse il fratello, noi non lo pensiamo.
Sofocle avrebbe raccontato con la catarsi il mistero dell’uccisione, del vile attentato al Presidente prima che scendesse la notte a Dallas, in quel 22 novembre del ’63. Se abbiamo la documentazione, lo dobbiamo ad un artigiano, sì un artigiano, per la precisione un sarto, un certo Abraham Zapruder.
Non era quella la nostra epoca da reality show e dei TG24, Orwell aveva già scritto 1984 (nel 48) ma era solo fantascienza di gran letteratura, non realtà.
Il nostro artigiano, con una cinepresa amatoriale, compì il miracolo di non lasciare il mondo senza la testimonianza dell’epilogo della tragedia e dell’inizio del mito.
Un certo Lee Oswald, da solo, assassinò il Presidente, così concluse la commissione Warren, appostato su un palazzo limitrofo e con un fucile a ricarica. Strano che tra il primo e il secondo colpo passassero solo due secondi, sparando con un fucile di quel tipo.
Il nostro sarto, aveva dimenticato di prendere la cinepresa, ma lo convinsero a mandare qualcuno a riprenderla, prima del passaggio del corteo presidenziale, e grazie a ciò abbiamo questo straordinario, tragico, reperto, che ancora oggi, pensate, è il video più visto al mondo. Potenza dell’immagine come se si potessero vedere in filmato gli eventi che hanno cambiato la storia, la fine di Socrate o l’assassinio di Cesare alle idi di marzo. Non ebbe grandi vantaggi Zapruder da questo suo, diciamo così, scoop, semmai fu la famiglia dopo la sua morte, ad ottenere un riconoscimento di 18 milioni di dollari. Tutto questo confuta la diceria sui sarti e la loro furbizia. Noi siamo sempre stati convinti che nel mestiere artigiano, invece, ci sia un fondo di generosità umana, meno riconoscibile in altri. Una generosità che tende a dar forma nel concetto di creazione e condivisione, al fine di rendere partecipi.
Chi aveva armato Lee Oswald? La sua vita tormentata il suo senso paranoico di inadeguatezza, il suo passato russo suggeriscono tutte le congetture , soprattutto se si pensa che tre giorni dopo Jack Ruby, già impastato con la mafia e con il pretesto di fare giustizia lo uccise “in diretta”, stavolta sotto gli occhi delle telecamere, mentre lo trasferivano.
Dell’Arti avanza l’idea che i mandanti possano essere stati i cubani, per vendicare la “Baia dei porci” e la vicenda dei missili. Gli americani, pur avendolo, poi, scoperto, avrebbero voluto evitare ritorsioni per non incappare nella terza guerra mondiale.
Non lo sapremo forse mai. Di nemici Jack ne aveva tanti, la mafia, il Ku Klux Klan, la Russia, i Cubani, gli avversari del padre e il mistero, ma soprattutto il destino, il fato, a cui ci si inchina. Aveva superato in guerra pericoli enormi. L’avevano riformato nell’esercito per via della schiena, malandatissima (portava il busto, a Dallas, e questo gli impedì di chinarsi per evitare le pallottole ferali) ma Lui pregò il padre di brigare (al contrario di come normalmente hanno fatto in molti) per farlo comunque arruolare in Marina.
Dimostrò un coraggio incredibile come si dice una noncuranza del pericolo, il futuro Presidente, salvando vite e affrontando il mare infestato da squali per salvare i suoi uomini, perché nonostante la schiena dolorante, era un grande nuotatore.
Il destino, non voleva che morisse in guerra, com’era avvenuto al fratello primogenito Joseph, quello su cui erano puntate le speranze della famiglia per una fulgida carriera politica.
Lui era sopravvissuto e l’ascesa fu rapida, il cursus honorum fu completato da deputato, a senatore, a candidato, a incredibile vincitore nel 60 delle elezioni a Presidente degli Stati Uniti d’America.
I suoi straordinari discorsi: “non chiedere cosa fa lo Stato per te, chiedi cosa puoi fare tu per lo Stato!”
“Uniamoci popoli del mondo contro i nemici comuni, tirannia, povertà, malattie e la guerra”.
E quella volta a Berlino, davanti alla porta di Brandeburgo e al muro innalzato a separare la libertà dell’umanità, come se si potesse dividere il pensiero.
Kennedy che era, tutto sommato, un socialista cattolico disse: “Se dite che si può lavorare con i comunisti, venite a Berlino!” “Se credete che il comunismo sia umano venite a Berlino”, e poi la frase entrata nella leggenda “Nell’antichità era motivo di vanto dire “Civis Romanus sum” adesso è privilegio dire ICH BIN EIN BERLINER e tutti ci sentimmo berlinesi. (Bisognerebbe ricordarlo alla Signora Merkel che tutti ci sentimmo berlinesi). Del resto la Sua umanità lo aveva salvato quando volle evitare, con un’abile azione politica, lo scontro come, invece, gli suggerivano i consiglieri militari nella vicenda dei missili portati dall’URSS a Cuba. Trovò un interlocutore intelligente in Nikita Krusciov e un mediatore eccezionale in Papa Giovanni XXIII. Non ci facemmo mancare niente in termini di personalità straordinarie, in quei primi favolosi anni ’60, quando un Papa indicava la luna e pensava ai bambini a casa, ma sapeva intimare l’alt ai potenti.
Ma se dobbiamo sintetizzare in due giorni il ricordo di Kennedy non possiamo non pensare alla visita in Italia, a Roma e a Napoli . Il 1° luglio del ’63 Via dei Fori Imperiali era stracolma in una assolata giornata, come solo allora se ne vedevano e il Presidente, accompagnato da Antonio Segni, attraversava le fastigie della città eterna, poi al Milite Ignoto per la deposizione di una corona.
La sera fu offerto un grande ricevimento in Suo onore dopo che Kennedy era stato ricevuto da Paolo VI, che gli aveva consegnato i doni di Giovanni XXIII lasciatigli prima di morire.
Grande accoglienza, grande clima, grande reciprocità, un feeling spontaneo e incredibile avevano vivificato questa prima visita di Jack in Italia. Ma il culmine si raggiunse nella successiva trasferta a Napoli. Una via Caracciolo stracolma ai limiti dell’inverosimile, qualcuno disse che la gente stava anche in piedi sul mare (magari erano gli scogli). L’onda umana, come fosse uno tsunami, ruppe gli argini e i monumentali G-Man dovettero lasciar fare. Ma niente paura, era amore, vero, spontaneo, Napoli era un’emozione, molta gente in più e molta in meno di adesso, una metafora del mondo che chiedeva pace e progresso.
Un abbraccio di riconciliazione e di speranza. Meglio amare che essere amati. Forse era quella la “nuova frontiera” che ripensando a Salvemini, un italiano, Kennedy aveva indicato a tutti, forse la luna e la solitudine dell’uomo davanti al Creato che voleva raggiungere e che si raggiunse grazie a Lui sei anni dopo, era un contraltare di Napoli così umana.
Una partecipazione di popolo così per un capo di Stato straniero non si è mai più vista.
Lui ne fu talmente entusiasta e grato, che quando andò via da Capodichino disse: ”Shelley diceva che l’Italia è il paradiso degli esuli. La vostra accoglienza mi rende difficile la partenza da questo paradiso, ma mi rende forte l’attesa del ritorno” Non tornò più; agnello sacrificale della libertà, consegnato al destino. Il filmato del sarto, Abraham Zapruder è li a testimoniare la realtà e ci consegna e ricorda la tragedia, ma è tutto vero o è solo leggenda?! Ognuno di noi conserva quello che il Poeta definisce il “ricordo sintesi”. Ci sono momenti e situazioni che la mente e il cuore non cancellano, non vogliamo e non possiamo, ma ci vengono rimandati in flashback anche ricorrenti. Sono i momenti topici dell’esistenza. Una particolare carezza; la prima volta che hai visto il mare o la neve; un percorso per raggiungere il luogo dove incontri un volto e il senso stesso dei ricordi; una sinestesia, una mano, un sorriso. Jack vide le nuove frontiere e soprattutto le fece vedere, ci ha consegnato un archetipo, un modello, un’ispirazione, aldilà, dicono alcuni, del suo effettivo valore.
Ma questa è epoca di disperazione, quella era epoca di suggestione e di speranza, grazie a Uomini come John Fitzgerald Kennedy.
Molti si chiedono se fosse vissuto come sarebbero andate le cose. Si chiama storia controfattuale o virtuale. Non sappiamo con certezza. Una cosa è sicura il nostro Paese per qualche positiva conseguenza di tanta amicizia non sarebbe così in difficoltà e soprattutto Napoli non sarebbe ridotta in questo stato, ci piace pensare così.
Lui, morto 50 anni fa, era più moderno di tutti i rinnovatori di adesso.
Cambiò il linguaggio politico in sincero, metaforico, visivo; dava speranza e mostrava simboli suggestivi, parlava al cuore, sapeva mostrare la forza senza usarla.
Davanti al muro di Berlino, capì che sarebbe caduto, non speculò sul momento.
Aveva raggiunto due stadi di ragionamento in più vedendo la globalizzazione e la soluzione del problema nell’unione del mondo e la cooperazione nei vari contesti, nel rispetto delle culture. Se fosse stato vivo avrebbe indirizzato il mondo su questa strada, questa in fondo era la nuova frontiera, e avrebbe evitato localismi, immigrazioni selvagge e neo razzismo.
Il Bardo fa dire a Marcantonio nell’elogio funebre: “questo era Cesare ne avremo mai un altro?”
Questo era Kennedy ne avremo mai un altro?!
Quando Jacqueline, che non aveva mai pianto, sentì L.B. Johnson giurare come nuovo Presidente, allora finalmente e veramente pianse e noi con Lei.

CASARTIGIANI in occasione dei 50 anni dell’uccisione del Presidente Kennedy



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