22/02/2018

“Quando fu fatta l’unità d’Italia noi in Sicilia avevamo 8000 telai, producevano stoffa. Nel giro di due anni non avevamo più un telaio. Funzionavano solo quelli di Biella. E noi importavamo la stoffa. E ancora oggi è così” (Andrea Camilleri).
E la storia continua, le nostre arance restano sugli alberi e i mercati sono invasi da prodotti provenienti dal Marocco o dalla Spagna e lo stesso discorso con l’olio visto che i nostri parlamentari europei hanno dato il via alla importazione di olio tunisino.
Senza giri di parole Camilleri ha denunciato il fatto che il Mezzogiorno non è altro che una colonia destinata a soccombere sempre di più. E basta leggere i grandi scrittori siciliani, da Luigi Pirandello a Giovanni Verga, da Leonardo Sciascia a Gesualdo Bufalino per fare mente locale e pensare ai 17 mila contadini uccisi, nel 1860, perché definiti “briganti”, ai morti ammazzati da quelli definiti liberatori come Garibaldi, Nino Bixio, La Marmora e tanti altri e a una Sicilia defraudata, ancora oggi, della sua autonomia da un governo nazionale che non rispetta gli accordi di Bruxelles e pretende di nominare, nel nostro governo regionale, assessori-commissari in nome e per conto di Roma.
Io non mi sento di dare ragione a Giovanni Verga secondo il quale è impossibile migliorare la condizione nella quale si è nati nonostante tutti gli sforzi che possono essere fatti.
Prendendo spunto da quanto accaduto in Irlanda e in Spagna con la conquistata autonomia di alcune regioni, come la Catalogna per la vicina Spagna, invoco per l’artigianato siciliano la nascita di una Nazione Sicilia e mettere in pratica la parabola del Buon Pastore (Gv. 1,52) per evitare che il “lupo” rapisca e disperda le pecore. Sarà l’occasione per gli artigiani siciliani di poter rilanciare la loro capacità produttiva per il benessere proprio e delle loro famiglie.

Michele Marchese

 



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