14/11/2017

La frittata è fatta. L’Italia del Calcio non va ai Mondali in Russia. Chi scrive, ovviamente, non può ricordare la debacle del 1958, quando la Nazionale dei cosiddetti “oriundi” (giocatori stranieri, pur celebri, naturalizzati) fu eliminata dall’Irlanda del Nord ma ha fatto in tempo, pur bambino, a vedere la catastrofe del 1966, con l’eliminazione a cura della Corea del Nord di Pak Doo IK. Ma lì, ai Mondiali, almeno c’eravamo andati. Sta di fatto, che sono passati 60 anni dall’ultima esclusione , inframezzati da grandi delusioni ma anche grandi trionfi , sempre considerando che il Calcio in Italia non è uno Sport ma una Religione. Una Religione, però, più vista che praticata in questo post millennio, che ebbe il suo ultimo sfolgorante bagliore nel 2006, con la vittoria del Mondiale in Germania. Se ricordata bene, fino al 2000, il Calcio per ogni giovane era “conditio sine qua non” tanto che si giocava dappertutto nelle strade, bastava la palla e due borse o due stracci a segnare la porta e soprattutto la numerosa felice età che l’agonismo e l’amicizia coinvolge e poi ognuno diventava un colpo di vento e faceva volare il pallone. Era un fenomeno tipicamente italiano , che aveva eguali solamente negli USA, con i playground di Basket, favorito anche dal Clima e dalla moltitudine di gioventù. Sta di fatto, che era uno straordinario “serbatoio”, nonché fucina, di potenziali campioni o comunque di appassionati, per quanto velleitari, sportivi, perché giocavano tutti, proprio tutti .  Adesso manca sia la moltitudine che la passione. Certo, si poteva fare meglio, comunque, perché la Federazione ha moltissimi iscritti, ma questo non sta a noi giudicare perché non siamo né un giornale sportivo e neanche politico e comunque i fatti sono lì per essere valutati.
Quello che ci spiace prevedere sono le conseguenze sul PIL, sulla psiche dei nostri connazionali, che ingoiano l’ennesima delusione, che sarà ancora più avvertita a giugno, quando ci sarà denegata la convivialità e la passione, l’incontro e l’atmosfera.
Come ogni momento di difficoltà, in assenza di Artisti o di Demiurghi, occorre la pazienza, la saggezza, l’equilibrio, il metodo, la tenacia, la dignità di un Artigiano che sappia ricucire il pallone, che si è sgonfiato ma che può essere aggiustato. E poi serve il miracolo socio-antropologico, ma questa è metafisica, dei giovanissimi che lasciano i social e le play station e portano il pallone ricucito al parco o in ogni altro luogo avito e come fosse una sinestesia si risentono le voci, gli abbracci, l’esultanza per un gol, tra due pali immaginari, che ti faceva sentire Pelé o Maradona o Totti, anche se eri un ragazzino dalle spalle strette. Una volta, chi scrive era a Vienna, mentre si giocava, in altra parte, una partita dell’Italia, mi sembra con la Svizzera, circa 20 anni fa.
All’occasionale, fortuito, gol della Svizzera corrispose un boato di esultanza, in tutta la città, neanche avesse segnato l’Austria.
Ieri, i francesi ci hanno detto “ciao”, i tedeschi “raus”.
Per questo e per altro, come in “Pane e cioccolata” di Franco Busati, soprattutto per i nostri connazionali all’estero, sempre VIVA L’ITALIA.



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