Giornata internazionale dell’infermiere
(12 maggio 2026)
Ha sempre suscitato vanto e rispetto stringere la mano ad un infermiere artigiano. Papa Giovanni Paolo II Magno volle dedicare una giornata, l’11 febbraio del Giubileo del 2000, a questa categoria instancabile e amorevole che contraddistingue i nostri giorni nella lotta contro il male e soprattutto contro il dolore.
Una novella apocrifa narra che il dolore, come rappresentazione, ha paura dell’infermiere e sparisce quando ne sente il nome e l’invocazione, come quello della mamma.
Quando hai tempo, dicevano i santi, fai una visita alle case di cura dove ci sono infermiere e infermieri, ferma il tempo e chiedi ausilio, chiedi speranza e chiedi il permesso di baciare le loro mani perché, come diceva Wojtyla, sono le mani di Gesù che guariscono e benedicono.
C’è un’altra storia che commuove e che redime, quella del dialogo tra infermieri e Sant’ Antonio, il santo dei miracoli belli, a cui è dedicata la Confederazione che nel suo alveo è stata costruita e vive.
Sant’Antonio è diventato tale per il suo nome e per la sua classificazione dei santi più amati, secondo una indagine sviluppata su questo argomento il santo di Padova è risultato essere al primo posto ex equo, tra i santi più invocati, con Padre Pio.
Sant’Antonio soprattutto al Nord, Padre Pio al Centro Sud, tutti e due in tutto il mondo.
Padre Pio deve il suo onore santificante al suo misticismo, alla sua volontà assolutoria, alla sua ieraticità popolare, ai miracoli che ha compiuto e alle benedizioni che ha dato, anche se non era certo di manica larga.
Sant’Antonio deve la sua grande popolarità proprio ad una pestilenza, la Spagnola, come allora fu definita, che flagellò l’Italia e parte del mondo, tanto e quale il Covid, solamente negli anni del primo dopoguerra. Questa misteriosa malattia, virus che fece una catastrofe di perdite umane, in particolare si accanì contro i bambini facendone una strage che commuoveva, che piegava e portava lutti e dolori.
Il Papa, allora Papa Benedetto XV, decise che era tempo di fare qualcosa di più dell’importante preghiera e della necessaria redenzione per cercare di arginare questa afflizione, ricordando con il discorso della montagna “beati gli afflitti che saranno consolati”. Allora, ci voleva qualcuno che nutrisse e portasse misericordia. Partì una direttiva a tutte le parrocchie e a tutte le associazioni cattoliche ma anche laiche perché, grazie a Dio, ci si allea contro il male solo quando questo imperversa. Questa direttiva, che commosse il mondo, prevedeva che l’effige di Sant’Antonio, possibilmente portata (tempo di misticismo) in spalla o in braccio, ma soprattutto nel cuore, visitasse le case e le famiglie dove ci fosse stata la perdita di un bambino oppure vi fosse una creatura malata, insomma dove il male prevaleva e il dolore imperversava. Narra quella che non è una leggenda ma un fatto comprovato che Sant’Antonio che portava in braccio, in tutte le effigi, il Bambino Gesù guarisse, con la sua visita, i bambini malati dando la possibilità agli infermieri, in particolare, di sentire entrare nella coscienza un sentimento italiano per il loro ruolo di portantini di Dio, oppure Antoniniani, oppure ancor meglio di tutti e due. Da quel momento e speriamo non ce ne siano altri, le infermiere crebbero in considerazione e in significato sociale oltre che religioso. Non a caso si scinde la posizione del medico da quella delle infermiere, fermo restando il rispetto e la posizione di questi ultimi come ultimo e l’uomo, come ultima è la speranza, come ultima è la gioia della guarigione, come ultima è la sconfitta di una perdizione.
Ha fatto bene, come tanto altro ha fatto Wojtyla, nel donare ulteriore conclamazione a questo esercito bianco, misericordioso.
Abbiamo voluto congiungere, avvicinare l’esercito degli infermieri all’indiscriminato popolo artigiano. L’artigiano non guarisce ma riproduce migliorando e con questo concorre alla gioia del Creato, a dimostrare che tutto si può cambiare in meglio, così come si può guarire.
Oggi grazie artigiani ma, soprattutto, grazie infermieri.
Giacomo Basso
Post-scriptum da una novella di Cechov
L’arcivescovo di quella terra di nessuno, sospesa tra l’acqua del lago e la zolla, quasi sempre nevosa, tra il cielo e il mare, non si riusciva a capacitare perché i suoi fedeli anziché raggiungerlo con i carri via terra preferivano attraversare l’impervio cammino o il percorso faticoso per andare a ricevere la benedizione da un mite frate.
Interrogò, in una circostanza, un suo sottoposto appena canonizzato al quale chiese: “perché non vengono da me che sono erudito di cultura e potrei dar loro parte di questa? Il neo-adepto rispose: “sa cantare le lodi al Signore, sa recitare le preghiere ai Santi, sa guarire le ferite dell’anima”.