TARANTO – Casartigiani lo aveva previsto un anno fa: la vera sfida è trasformare il sito produttivo in un modello di transizione ecologica capace di coniugare innovazione, occupazione e tutela della salute pubblica, attraverso investimenti mirati e tecnologie pulite. Ancora una volta Taranto si trova davanti a un bivio: salute o lavoro. Casartigiani Puglia porterà queste preoccupazioni al tavolo di confronto convocato il prossimo 5 e 6 agosto presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, al quale parteciperà il coordinatore regionale Stefano Castronuovo. L’associazione chiederà investimenti immediati e verificabili per bonifiche, rimozione dell’amianto, ambientalizzazione e trasformazione tecnologica degli impianti, insieme alla continuità produttiva durante il percorso di decarbonizzazione, nel rispetto delle prescrizioni ambientali e sanitarie. Al centro del confronto anche la tutela dell’intera filiera: liquidità e continuità per le imprese dell’indotto, ammortizzatori sociali anche per autotrasporto e logistica e sostegni agli investimenti necessari alla riconversione.
Per Casartigiani, infatti, la transizione non può risolversi nella semplice chiusura della grande industria, ma deve accompagnarsi a una reale diversificazione dell’economia: «Una città diventa più resistente alle crisi quando non dipende da un’unica grande industria – evidenzia Castronuovo –. Ma diversificare non significa sostituire migliaia di posti di lavoro industriali con iniziative occasionali. Significa costruire contemporaneamente più pilastri economici». Occorre quindi valorizzare le competenze industriali già presenti sviluppando siderurgia green, economia circolare, impiantistica, manutenzione industriale, energie rinnovabili, navalmeccanica, attività portuali e logistiche e, parallelamente, sostenere turismo, cultura, artigianato, commercio, agroalimentare, aerospazio, economia del mare, formazione e innovazione.
La riconversione di una comunità, però, non può riguardare soltanto una fabbrica. Deve coinvolgere sistema produttivo, infrastrutture, collegamenti e servizi, creando le condizioni per attrarre nuovi investimenti. Quando, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, Taranto fu scelta per ospitare il grande centro siderurgico, quella decisione fu accompagnata da un più ampio disegno di sviluppo industriale e dal potenziamento delle infrastrutture necessarie a fare della città uno dei poli strategici del Mezzogiorno. Oggi occorre la stessa capacità di programmazione. Non si può chiedere a Taranto di diversificare la propria economia lasciandola ai margini delle grandi reti di collegamento: l’autostrada si ferma a Massafra, l’aeroporto di Grottaglie non è utilizzato per il traffico civile passeggeri e i collegamenti ferroviari continuano a essere insufficienti. Anche il Porto deve poter esprimere pienamente le proprie potenzialità, mentre la riqualificazione della Stazione di Taranto Centrale dovrà essere accompagnata da un effettivo potenziamento dei collegamenti nazionali e regionali.
In questo percorso, Casartigiani ribadisce la necessità di una Legge Speciale per Taranto, specifica e vincolante, che accompagni la transizione prevedendo una clausola sociale a tutela dell’occupazione e delle imprese artigiane della filiera locale: «Parliamo di un patrimonio di professionalità che non può essere disperso – continua Castronuovo –. Dobbiamo utilizzare le competenze presenti sul territorio per sviluppare nuove produzioni e, contemporaneamente, costruire economie capaci di rendere Taranto sempre meno dipendente dall’acciaio». C’è poi una questione che non può essere ignorata: chiudere lo stabilimento non significa eliminare il problema ambientale. Senza bonifiche e messa in sicurezza, un’area industriale di quelle dimensioni rischierebbe di trasformarsi in un enorme sito abbandonato. L’amianto e gli altri materiali pericolosi non scompaiono spegnendo gli altiforni: qualunque scenario dovrà quindi prevedere risorse certe per bonifiche, rimozione dell’amianto e messa in sicurezza.
Molto dura anche la posizione di Giacinto Fallone, responsabile del settore Autotrasporto di Casartigiani Taranto: «La chiusura dell’area a caldo rischia di portare circa 4.500 addetti in cassa integrazione, ai quali si aggiungono migliaia di lavoratori dell’indotto, compresi autotrasporto e logistica, spesso privi di tutele adeguate. Il rischio è che Taranto finisca ancora una volta per pagare il prezzo più alto». Dal 2012, sostiene Fallone, c’è stato tutto il tempo per ambientalizzare gli impianti, migliorare la sicurezza e costruire una prospettiva industriale sostenibile: «Le responsabilità sono diffuse e oggi nessuno può chiamarsi fuori. Restano i morti sul lavoro, le malattie, le crisi aziendali e le ferite di un territorio che ha già pagato troppo».
Durante il vertice al Ministero, Casartigiani Puglia chiederà, infine, un piano pluriennale di diversificazione dell’economia tarantina, fondato su investimenti produttivi, infrastrutture e obiettivi occupazionali misurabili: «Non accetteremo – conclude Castronuovo – né una fabbrica inquinante né una fabbrica spenta e abbandonata. Se negli anni Sessanta si costruirono infrastrutture e collegamenti per accompagnare la grande industria, oggi serve la stessa capacità di programmazione per accompagnare la transizione. Non si può chiedere a Taranto di dipendere meno dall’acciaio senza darle gli strumenti per costruire alternative. La vera transizione deve tenere insieme salute, lavoro, ambiente e sviluppo».